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TAR LAZIO. Violazione delle norme di cui all’art 2, 21, 2 comma , 24 e 25 e 41 della Costituzione ad opera del Regolamento AGCOM sul diritto d’autore. Rinvio alla, Corte Costituzionale.

 

Questi gli ultimi passaggi del Dictum del TAR  LAZIO.

24 – Conclusivamente, il Collegio ritiene necessario sottoporre alla Corte Costituzionale la seguente questione incidentale di legittimità costituzionale, rilevante ai fini della definizione del giudizio a quo, ovvero ai fini della eventuale declaratoria di illegittimità del regolamento dell’AGCom impugnato con il ricorso in epigrafe e del suo conseguente annullamento in sede giurisdizionale, volta ad ottenere una pronuncia pregiudiziale circa la possibile illegittimità costituzionale dell’art. 5, comma 1, e degli artt. 14, comma 3. 15, comma 2, e 16, comma 3, del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, nonché del comma 3 dell’art. 32 bis del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici approvato con decreto legislativo n. 117 dei 2005, come introdotto dall’art. 6 del decreto legislativo n. 44 del 2010, sulla cui base è stata adottata la impugnata “Delibera n. 680/13/CONS del 12 dicembre 2013” recante il “Regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative” e l’ “Allegato A” alla predetta Delibera, per la violazione dei principi di riserva di legge e di tutela giurisdizionale in relazione all’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero e di iniziativa economica, sanciti dagli articoli 2, 21, I comma, 24 e 41 della Costituzione, nonché per la violazione dei criteri di ragionevolezza e proporzionalità nell’esercizio della discrezionalità legislativa e per la violazione del principio del giudice naturale, in relazione alla mancata previsione di garanzie e di tutele giurisdizionali per l’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero sulla rete almeno equivalenti a quelle sancite per la stampa, con la conseguente violazione degli articoli 21, commi 2 e seguenti, 24 e 25, comma 1, della Costituzione.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima), interlocutoriamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, dichiara rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 5, comma 1, e degli artt. 14, comma 3. 15, comma 2, e 16, comma 3, del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, nonché del comma 3 dell’art. 32 bis del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici approvato con decreto legislativo n. 117 dei 2005, come introdotto dall’art. 6 del decreto legislativo n. 44 del 2010.

Dichiara altresì rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale delle medesime disposizioni in relazione agli articoli 21, commi 2 e seguenti, 24 e 25, comma 1, della Costituzione.

Dispone la sospensione del presente giudizio e ordina l’immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale.

Ordina che, a cura della Segreteria della Sezione, la presente ordinanza sia notificata alle parti costituite e al Presidente del Consiglio dei ministri, nonché comunicata ai Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 25 giugno 2014 con l’intervento dei magistrati:

 

 

Raffaello Sestini, Presidente FF, Estensore

Anna Bottiglieri, Consigliere

Roberta Cicchese, Consigliere

Fulvio Sarzana

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Published by on settembre 26th, 2014 Commenti disabilitati su TAR LAZIO. Violazione delle norme di cui all’art 2, 21, 2 comma , 24 e 25 e 41 della Costituzione ad opera del Regolamento AGCOM sul diritto d’autore. Rinvio alla, Corte Costituzionale.

IL DIRITTO AD INTERNET NELLA COSTITUZIONE?

Antonio Sanfrancesco ospita nella sua rubrica “il fatto& le opinioni” a pag 25 di FAMIGLIA CRISTIANA di questa settimana due pareri sulla proposta lanciata dal portale Wired e dal giurista Stefano Rodotà di inserire il diritto di accesso ad internet nella Costituzione Italiana.
Buona lettura!

Fulvio Sarzana

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Published by on dicembre 16th, 2010 Commenti disabilitati su IL DIRITTO AD INTERNET NELLA COSTITUZIONE?

Rodotà, Wired e la Grundnorm, ovvero l’art 21 bis della Costituzione. Il diritto di accesso ad internet come norma fondante senza alcuna sanzione per le violazioni.

 La proposta di introdurre l’art 21 bis della Costituzione a tutela del diritto di accesso ad internet, ad opera di Stefano Rodotà e della rivista Wired,  ha scatenato un dibattito vivace in rete, tra fautori della proposta e contrari alla stessa.

Lo stesso Rodotà è intervenuto sulle colonne della rivista articolo21 per chiarire il suo pensiero http://www.articolo21.org/2183/notizia/un-articolo21bis-per-internet-.html

Sono stato tra i primi ad esprimere dubbi  sulla stessa proposta  motivando in proposito  il mio dissenso.

Ritengo opportuno a questo punto esprimere ulteriori perplessità sulla formulazione della norma.

Ho già affrontato il tema  della  “stranezza” di una norma sulla promozione dell’accesso ad internet collocata nel contesto della libertà di manifestazione del pensiero, e non all’interno dei principi fondamentali espressi dagli art 2 e 3 della Costituzione.

Rileggiamo la proposta-Rodotà-Wired “  Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.

Rileggiamo ora l’art 21 nella formulazione attuale “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”

 Facciamo un salto al terzo  comma dello stesso articolo.

“ Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art.111 c.1] nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

Facciamo un ulteriore  salto e veniamo all’ultimo comma dell’art 21.

“La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni”.

Leggiamo anche tutte le altre norme costituzionali  della prima parte, l’ art 13 sulla libertà personale, l’art 14 sulla inviolabilità del domicilio, nonché i successivi  art 15 e 16.

Tutte le norme citate, ivi comprese l’art 21, che ci rendono  liberi ed in grado di manifestare liberamente il nostro pensiero, sono oggetto di un bilanciamento costituzionale che consente allo Stato, tramite la legge ( citata direttamente nella Costituzione) di perseguire le violazioni del precetto costituzionale .

Tutte, tranne l’art 21 bis, che i proponenti vorrebbero introdurre.

Tutte le norme costituzionali italiane, infatti  costituiscono  espressione dei principi di bilanciamento tra libertà e Stato, come avviene del resto, anche se in forme diverse negli Stati Uniti, ove il esiste il principio di check and balances già pensato da Tocqueville nella sua democrazia in America,  che consentono da un lato allo stato centrale di subire i contrappesi degli organismi intermedi  e dall’altro però di rendere edotti i funzionari pubblici e i cittadini che la libertà di esprimersi deve esere controbilanciata da un diritto statuale o federale in grado di prevenire abusi e violazioni.

Ed è la stessa Costituzione italiana  che lo dice, all’interno di ogni singola norma, a significare che i diritti del cittadino sono tali se ne esiste una limitazione statuale in grado di responsabilizzare già a livello costituzionale  il cittadino stesso.

Rodotà ci dice che esistono Stati che già hanno introdotto interne all’interno della propria costituzione, questo  è vero, ma lo stesso Obama, che  ha deciso di prendere posizione per la diffusione dell’internet come servizio universale a livello di principio, si è ben sognato di emendare formalmente  la Costituzione Statunitense, per introdurre il diritto di accesso ad internet.

Ritorniamo alla nostra Carta Costituzionale.

 Tutte le norme costituzionali, tranne l’art 21 bis Wired-Rodotiano, come si diceva,  prevedono  un sistema  di contrappesi  tra libertà e legge.

Il che significa ad esempio, e scendendo nel pratico, che il diritto di accesso ad internet secondo Rodotà dovrebbe essere concesso a tutti, ma proprio tutti coloro che hanno accesso ad internet, ma che, mancando il richiamo alla legge in grado di prevenirne le violazioni nessun giudice Italiano potrebbe mai limitare l’accesso ad internet in virtù del compimento di un reato.

Né potrebbe in  alcun modo intervenire la Corte Costituzionale che non potrebbe spingersi al punto di emettere una sentenza addittiva di questo tenore, sostituendosi  al legislatore italiano.

Quindi, ad esempio, lo Stato Italiano in virtù dell’art 21 bis  dovrebbe riconoscere a prevalenza su ogni tipo di altro diritto, trattandosi di diritto riconosciuto dalla prima parte della Costituzione  anche il diritto di accesso ad internet al soggetto condannato per associazione mafiosa, con il rischio di consentire lo scambio di comunicazioni con gli associati  e dovrebbe anche riconoscerlo a coloro che decidano di propugnare temi quali la pedofilia culturale, ovvero , dovrebbe anche concederlo a coloro che incitano all’odio razziale o alla violenza etnica, poiché l’art 21 bis, al contrario dell’art 21 che oggi ci fa esprimere liberamente ma che contiene il contrappeso della violazione di legge, cosi come tutte le altre norme costituzionali , non prevede alcun limite normativo al super-diritto di accesso ad internet.

Il diritto di accesso ad internet diverrebbe la “Grundnorm” fondante del nuovo ordinamento costituzionale italiano rassomigliando in maniera impressionante al concetti di norma fondante assoluta   propugnata da Hans Kelsen nella  dottrina  pura del diritto, una norma   che è valida in quando presupposta valida, fondamento di tutte le altre norme.

Una  “meravigliosa” astrazione giuridica, studiata in tutti gli ordinamenti del mondo, che ha avuto tra le conseguenze pratiche, non volute assolutamente dall’autore,  quella di far crollare la Costituzione di Weimar ed i favorire l’ascesa del diritto puro e libero associato ad un regime totalitario e che fu invece duramente criticata in Italia  da Santi Romano , che ebbe a sua volta diverse colpe nell’affermazione dello Stato totalitario.

Rodotà insomma prefigura uno scenario influenzato da un super-diritto, scevro da condizionamenti e da limiti che riceverebbe la sua legittimazione dalla Costituzione e non ne subirebbe alcun limite, e tutto ciò per garantire un diritto di accesso che nel nostro Ordinamento già esiste  o per “frenare” il nostro legislatore nella predisposizione di norme incoscienti, a non dire altro, come quelle espresse su internet negli anni passati, ma che sono state emesse nel pieno esercizio del potere legislativo, secondo il principio della separazione dei poteri, da funzionari forse incompetenti, ma che possono essere liberamente valutati da tutti noi, e non coperti da un ombrello Costituzionale che priverebbe ognuno del diritto di criticare la super-norma fondante.

Critica che non piace ai Mandarini dell’internet ( tra i quali naturalmente non inseriamo i proponenti)  o agli alfieri del “cambiare tutto per non cambiare nulla,” che di questi tempi pare che abbondino.

Fulvio Sarzana

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Published by on dicembre 2nd, 2010 Commenti disabilitati su Rodotà, Wired e la Grundnorm, ovvero l’art 21 bis della Costituzione. Il diritto di accesso ad internet come norma fondante senza alcuna sanzione per le violazioni.

Rodotà e il diritto di accesso ad internet da inserire nella Costituzione Italiana: una proposta singolare

 

 Una modifica costituzionale.

Che introduca nel nostro ordinamento il diritto del cittadino a vedersi riconosciuto dallo Stato l’accesso ad internet.

Questa è la proposta avanzata  da Stefano Rodotà, intervenuto all’evento di apertura della terza edizione italiana dell’ Internet Governance Forum,  a Roma.

Non entro nel merito di cosa significherebbe effettuare una modifica costituzionale soprattutto in un periodo di forte instabilità parlamentare che priverebbe probabilmente  in radice qualsiasi norma costituzionale della possibilità di essere approvata.

Mi soffermerò dunque sulla collocazione costituzionale che i presentatori della norma hanno scelto di dare alla modifica proposta.

Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.

Sarebbe questa la proposta normativa da valutare.

Occorre domandarsi a questo punto  se la modifica normativa sia praticabile, utile e corretta, e la collocazione scelta corrisponda  ai precetti costituzionali ed alla giusta gerarchia delle norme costituzionali?

I presentatori della norma hanno scelto di ipotizzare un art 21 bis che  si collocherebbe subito dopo la  norma dell’art 21, l’articolo oramai conosciuto da tutti che  stabilisce in modo più ampio e rivolto a tutti, la libertà di esprimere il proprio pensiero, non solo con la parola, scritto, ma con qualunque altro mezzo di diffusione.

Ma la formulazione della norma cosi come è proposta appare singolare, l’art 21 della costituzione infatti esprime un tipico principio di libertà negativa, ovvero quel principio in base al quale lo stato si deve astenere dall’interferire con i pensieri del cittadino e con la manifestazione del libero pensiero proteggendo al contempo la libertà di stampa da censure o atti arbitrari.

In pratica non vi è nulla che ci faccia pensare che nell’esercizio della libera manifestazione del pensiero lo stato debba fare qualcosa, semplicemente lo stato si deve astenere dal proibire alcune attività primarie del cittadino.

Ma se cosi è però  la collocazione della nuova norma  sarebbe sbagliata infatti l’art 21 bis come voluto dai proponenti contiene una libertà positiva ovvero un principio di promozione della diffusione dell’internet  con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.

Il che significa che lo Stato, non garantirebbe con questa norma una libertà ma si farebbe tramite ( forse guardiano?)  di un obbligo mediato  a carico dei provider, gli unici soggetti in grado di fornire “tecnologie adeguate e in grado di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale”.

Lungi dal garantire una libertà al cittadino dalla propria sfera di influenza lo Stato allungherebbe la sua sfera fino ad imporre ai provider, ovvero ad operatori economici che in uno Stato liberale e democratico come il nostro esercitano una attività di impresa, l’obbligo di fornire, non si comprende bene a quale prezzo, se un prezzo si possa ipotizzare, l’accesso ad internet.

Si tratta tra l’altro di un obbligo “mediato” i  quanto  Lo Stato infatti nel  nostro ordinamento, in virtù dell’art 6 del codice delle comunicazioni elettroniche non può agire direttamente per fornire servizi internet ad un cittadino, indi per cui lo stesso Stato dovrebbe coercire i soggetti a ciò deputati, i provider appunto per “rimuovere” gli ostacoli di ordine economico e sociale alla diffusione dell’internet.

Già questo conseguenza appare difficile da conciliare con lo spirito fortemente programmatico e libertario che permea l’art 21 della nostra carta costituzionale

In breve si introdurrebbe all’art 21 bis  una disposizione costituzionale diametralmente opposta  all’art 21 che prescrive un astensione dello stato dai liberi esercizi del diritto di un cittadino e non una coercizione, seppur a fin di bene.

L’evidente errore nella collocazione di una norma siffatta appare anche dall’analisi delle norme successive all’art 21 della costituzione, infatti subito dopo l’art 21 bis si collocherebbe   l’  art. 22 della Costituzione che esprime il principio  secondo il quale Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome” mentre   l’art. 23 dispone che nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”.

Tutte norme come è agevole verificare che impongono un obbligo di astensione dello Stato dall’interferire con le libertà del cittadino, non certo norme che garantiscono allo stato invece un potere di interferire con i diritti del cittadino, sia pure per dargli internet e a fin di bene.

Se proprio avessero voluto collocare la norma all’interno della Costituzione con la finalità di dare allo Stato il compito di garantire la piena parità di accesso  avrebbero dovuto inserire la norma semmai negli art 2 e 3 della Costituzione laddove si stabilisce che “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” e ( all’art 3) “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Oppure nella prima parte dell’art 9 laddove si stabilisce che  “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.”

Sconvolgendo però i principi fondamentali della nostra Carta per dare attuazione ad un unico principio, seppur importante quale il principio del diritto di accesso ad internet.

Già da queste prime note si comprende dunque come sia difficile collocare di punto in bianco una norma all’interno della Costituzione prescindendo dal contesto e, appare auspicabile che i Proponenti qualora dovessero decidere di proseguire nella strada intrapresa chiariscano bene gli ambiti di collocazione  della norma.

Fulvio Sarzana

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Published by on novembre 30th, 2010 Commenti disabilitati su Rodotà e il diritto di accesso ad internet da inserire nella Costituzione Italiana: una proposta singolare