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Analisi tecnico-giuridica del caso Bradley Manning-Wikileaks. Quali sono le mosse della Procura e quali quelle della difesa nel caso Manning? E quali gli esiti possibili? Le differenze con il sistema italiano e i possibili esiti del Pre-processo del 16 dicembre.

Come è noto la Procura Militare Statunitense  ha deciso di trarre a giudizio ( preliminare), dopo una detenzione cautelare durata 556 giorni,  il soldato Manning per l’illecita cessione di documenti classificati a terzi, documenti che sono stati poi pubblicati da Wikileaks.

Quali sono le mosse della Procura e quali quelle della difesa nel caso Manning? E quali gli esiti possibili?

Bisogna partire innanzitutto dalla forma di processo ipotizzato dalla Procura Militare.

 La Procura militare, ha deciso di non optare per il cd speedy process, ovvero il giudizio diretto senza il pre-trial ( il pre-trial corrisponde grossomodo alla nostra udienza preliminare), pur potendolo  fare dal punto di vista procedimentale .

Il Pre-trial ha delle sostanziali differenze con la nostra udienza preliminare: in primo luogo la cd discovery, ovvero la presentazione delle prove raccolte dalla Procura  e la possibilità di valutare le prove stesse da parte della difesa.

Questa attività  avverrà nel caso Manning nell’ambito dei  cinque giorni delle udienze previste a partire  dal  16 dicembre e non prima e fuori udienza, come avviene nel nostro Ordinamento.

La discovery nel nostro sistema è prevista diversi  mesi prima dello svolgimento dell’udienza preliminare, per consentire all’imputato di interagire con l’ufficio della Procura e di prepararsi in tempo utile  alla difesa.

In secondo luogo la possibilità di ascoltare testimoni nel pre-processo, che non è ammissibile  durante l’udienza preliminare nel nostro ordinamento,  mentre verrà adottata  nel pre-processo a Manning.

Perché la Procura militare  probabilmente ha effettuato questa scelta?

Perché lo Speedy Process ha dei termini di custodia cautelare che non possono superare i 120 giorni, mentre la detenzione cautelare in attesa del pre-trial è tendenzialmente illimitata ( anche anni), ovvero tutto il tempo necessario alla pubblica accusa a mettere insieme le prove necessarie per far vagliare l’accusa dai giudici del Pre-processo.

In questo modo il detenuto in attesa di giudizio può rimanere in carcere anche anni, diversamente dal nostro sistema che prevede termini massimi di custodia cautelare oltre i quali di norma non si può andare.

Grazie a questo Manning è stato detenuto per 17 mesi in custodia cautelare.

Quali sono le accuse?

Manning è accusato di diversi reati, i più gravi sono di aver ceduto documenti classificati ( ovvero segreti) e  quella che il nostro codice penale definisce “intelligenza con il nemico”.

Questa accusa, la più grave, ( che corrisponderebbe nel gergo dei films a quello che viene definito come “alto tradimento”, mentre nel nostro codice ha un diverso significato), prevede pene che vanno sino alla pena di morte, mentre gli altri reati di cui è accusato Manning prevedono complessivamente  fino a 52 anni di carcere ( c’è chi dice l’ergastolo peraltro n.d.r) .

La Procura ha fatto sapere di non volere richiedere la pena di morte per Manning, ma una pena detentiva “esemplare”, molto probabilmente il massimo edittale.

Perché la Procura non chiederà la pena di morte?

Nel sistema Statunitense, molto più che nel nostro ordinamento, conta l’evidence, ovvero la prova dei fatti contestati ed è molto più importante, nel decidere per quali reati esercitare l’azione penale, la figura del Public Attorney, che nel caso di Manning ovviamente fa  parte delle forze armate ( trattandosi di tribunale militare).

 La discrezionalità nell’esercizio dell’azione penale ( e il rischio che le prove non siano sufficienti a sostenere l’accusa in giudizio)  fa si che la pubblica accusa debba valutare bene le prove a sua disposizione per iniziare un processo, diversamente dal nostro sistema, ove l’obbligatorietà dell’azione penale spinge gli uffici della Procura ad esercitare  comunque  l’azione penale attendendo poi la formazione della prova in dibattimento.

Nel caso di Manning, mentre sembra facilmente sostenibile la “congerie” di reati legati alla divulgazione di documenti classificati, non altrettanto appare sostenibile la cd intelligenza con il nemico, ovvero la circostanza che Manning si sia accordato con soggetti esteri, per “tradire” in sostanza il suo Paese.

Se la Procura non è sicura delle prove, non insisterà su questo punto, mentre  l’aver lasciato aperto uno spiraglio a Manning potrebbe portare in un secondo momento ad un accordo processuale che consenta allo stesso militare di dichiararsi colpevole di reati minori ( o anche dei reati più gravi ma con una sanzione edittale ridotta)  patteggiando la pena.

In questo caso la procura otterrebbe comunque una vittoria importante, vista la pressione mediatica che c’è sul processo, in attesa del possibile bersaglio grosso, cioè l’estradizione di Assange.

Tutto ciò ovviamente in Italia non sarebbe possibile, la procura infatti in base alla summenzionata obbligatorietà dell’azione penale non può effettuare un accordo sui reati ma solo sulla pena.

Diversa è la posizione di Assange, ovvero  del fondatore di Wikileaks, il cui comportamento di divulgazione dei documenti a soggetti terzi, in quanto idoneo a porre in pericolo la sicurezza nazionale,  in caso di estradizione, potrebbe essere sanzionato anche con la pena di morte.

E la difesa?

La difesa di Manning è sostenuta dall’Avvocato Coombs, un legale civile molto esperto in questioni militari  che è, fra l’altro, liutenant della Riserva.

I punti principali sui quali insiste la difesa sarebbero di due specie:

1) Manning non avrebbe ceduto a terzi documenti classificati ( e quindi l’Amministrazione, al solo fine di ipotizzare reati di una rilevante gravità, avrebbe dichiarato impropriamente  come classificati i leaks poi divulgati) in quanto gli stessi testimonierebbero in verità comportamenti ( come ad esempio l’uccisione del giornalista della Reuters in Iraq) che non possono essere  “coperti” dal concetto tardivo di documenti classificati.

2) Manning avrebbe la veste di “whistle-bowler”, letteralmente “spifferatore” .

Con il termine inglese whistleblower viene definito un individuo che denuncia pubblicamente o riferisce alle autorità attività illecite o fraudolente all’interno del governo, di un’organizzazione pubblica o privata o di un’azienda. Le rivelazioni possono essere di varia natura: violazione di una legge o di un regolamento, minaccia di interesse pubblico come in caso di corruzione e frode.

Pur essendo accusato di reati federali, la sua posizione quindi come “fonte” ( esclusa ovviamente “l’intelligenza” con il nemico) dovrebbe essere protetta dalla Legge degli Stati Uniti, come avvenne, all’epoca della guerra del Vietnam,  nel caso della divulgazione da parte di Militari dei cd Pentagon Papers ( è questa ad esempio l’opinione odierna  dei soggetti che pubblicarono i Pentagon Papers).

 In particolare l’aver svelato  comportamenti non riconducibili a divulgazione di documenti classificati ma a veri e propri errori ( o peggio, naturalmente)  in grado di fare vittime tra la popolazione,  avrebbe accelerato il ritiro delle truppe americane dall’Iraq, consentendo di salvare vite umane.

Come sarà l’esito del Pre-Processo?

L’esito del pre-trial, ( come del resto accade anche in Italia con l’udienza preliminare, nella maggior parte dei casi) appare scontato.

Non vi è un solo commentatore negli Stati Uniti che scommetta su un esito favorevole del pre-processo a Manning.

In caso dovesse essere tratto a giudizio Manning affronterà il “full trial” di fronte ad una Corte Marziale Generale competente nei casi di felony, ovvero di reati che superano l’anno come pena massima edittale,  composta da ufficiali dell’esercito.

I giurati che decideranno del caso Manning diversamente da quanto avviene nei processi criminali ordinari, fungeranno al contempo da giurati e da giudici.

Nei processi criminali ordinari la giuria è composta da cittadini che si esprimono per la colpevolezza o per l’innocenza dell’imputato, lasciando poi al Giudice di carriera ( il Giudice togato si direbbe da noi)  la scelta in ordine alla pena concreta da adottare.

Nel caso di Manning i giurati decideranno direttamente anche la pena e dovranno necessariamente raggiungere un accordo sul verdetto, in un senso o nell’altro, non potendo  la Giuria comunicare di non aver potuto raggiungere accordo sul verdetto.

Fulvio Sarzana

www.fulviosarzana.it
Studio Legale Roma Sarzana & Associati
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Published by on novembre 22nd, 2011 Commenti disabilitati su Analisi tecnico-giuridica del caso Bradley Manning-Wikileaks. Quali sono le mosse della Procura e quali quelle della difesa nel caso Manning? E quali gli esiti possibili? Le differenze con il sistema italiano e i possibili esiti del Pre-processo del 16 dicembre.

Wikileaks: Assange verrà estradato in Svezia, e se si, quali sono i possibili esiti giudiziari dei prossimi giorni?Assange può ( o deve) essere estradato negli Stati Uniti ? I precedenti. il precedente di Danilo Restivo, presunto omicida di Elisa Claps.

Domani 14 dicembre l’autorità giudiziaria britannica dovrebbe decidere se estradare Julian Assange in Svezia, e in ogni caso a prescindere da qualsiasi decisione, lo stesso fondatore di Wikileaks, che già si è opposto alla richiesta di consegna al paese Scadinavo, verrà ascoltato in merito.

Tecnicamente in realtà si dovrebbe parlare non di estradizione ma di  consegna alle Autorità giudiziarie Svedesi in virtù dell’emissione da parte di quest’ultima di un mandato di arresto europeo ( anche conosciuto con l’acronimo MAE) che la Gran Bretagna ha eseguito sul proprio territorio.

Tutto indicherebbe, a partire dalla natura inderogabile del mandato di arresto spiccato dalla Svezia,  che l’autorità giudiziaria inglese sia intenzionata a  consegnare  Assange, anche se non è del tutto scontato che questo  avvenga.

Alcuni commentatori peraltro (nella fattispecie alcuni giuristi interpellati da  Le Monde http://www.lemonde.fr/europe/article/2010/12/07/l-extradition-de-julian-assange-semble-inevitable_1450355_3214.html )  ritengono che l’estradizione sia inevitabile.

Il caso di “scuola”  per quanto riguarda i reati informatici  è quello di Gary Mckinnon Amministratore di sistema britannico  che è stato accusato di intrusione illecita verso  ben 97 server militari degli Stati Uniti e della NASA  nel 2001 e nel 2002.

Nonostante le intrusioni fossero pacificamente avvenute, per ammissione dello stesso MCKinnon dal territorio Britannico, il 30 lugli 2009 la Camera dei Lord ha dato il via libera all’estradizione negli Stati Uniti di Gary McKinnon.

Ma vi sono stati casi nel passato nei quali l’autorità giudiziaria britannica ha negato la consegna.

Il caso di Danilo Restivo, presunto omicida di Elisa Claps, arrestato in Gran Bretagna, e a cui è stata rifiutata l’estradizione temporanea in Italia, dimostra che l’autorità giudiziaria inglese è sempre molto “gelosa” delle proprie prerogative e della propria  autonomia, al punto di essere considerata a volte quasi “arrogante” nella difesa della propria indipendenza rispetto a richieste provenienti dall’estero.

L’Italia, va ricordato, aveva emesso lo stesso Mandato di arresto Europeo che pende ora sulla testa di Assange, ma per vicende ovviamente ben più gravi di quelle che oggi riguardano il fondatore di Wikileaks.

http://www.corriere.it/cronache/10_giugno_03/restivo-londra_f7af9d9a-6ee9-11df-bfef-00144f02aabe.shtml.

Ma allo stato attuale, diversamente dal caso Claps,  non sembrano pendere procedimenti penali in gran Bretagna a carico di Assange che possano in qualche modo ritardarne  la consegna.

Analogamente però al caso Restivo-Claps molto probabilmente Assange, nel caso dovesse essere consegnato alla Svezia,  verrebbe  processato prima nel paese Scandinavo per i due reati di natura sessuale che gli vengono contestati e solo in un secondo momento si potrà porre un problema di estradizione verso gli Stati Uniti.

Nonostante Autorevoli giuristi che si stanno occupando del caso negli Stati Uniti, appoggiati naturalmente dal Dipartimento di Stato, ritengano che, in virtù del Trattato Bilaterale in materia di estradizione  Stati Uniti- Svezia, firmato negli anni ‘60 e confermato poi dal trattato di estradizione del 2003 tra Stati Uniti ed Unione Europea, Assange possa  essere comunque  “temporaneamente” estradato per essere sottoposto a processo negli Stati Uniti. http://www.youtube.com/watch?v=hIyeu6eRpTk

Ma le Autorità Politiche svedesi nel rispetto dell’autonomia della Magistratura, sembrano di essere di diverso avviso.  

http://www.corriere.it/esteri/10_dicembre_08/assange-estradizione-svezia_d48aadf6-02b3-11e0-83ab-00144f02aabc.shtml.

Nel caso poi in cui  Assange dovesse essere condannato, dovrà scontare la relativa pena sempre in Svezia, per poi rischiare di essere estradato negli Stati Uniti in virtù della possibile incriminazione ai sensi dell’Espionnage act Statunitense o per  altro tipo di reato, mentre se sarà assolto molto probabilmente verrà comunque estradato negli Stati Uniti, se nel frattempo questi ultimi avessero avanzato formale richiesta di estradizione, in virtù, come si diceva, del trattato di estradizione esistente tra Stati Uniti ed Unione europea dal 2003 ( che per inciso è stato recepito anche in Italia nel 2009).

E’ solo a questo punto che si potrà verificare se la Svezia sia in grado di  ( o voglia)    resistere alle pressioni diplomatiche  e giudiziarie Statunitensi e considerare  non idonee, ai sensi del proprio ordinamento interno e ai fini dell’estradizione, le accuse frattanto formulate dagli Stati Uniti, che hanno però tutto il tempo di formulare le imputazioni ritenute più efficaci per convincere la Svezia a consegnare Assange, ivi compresa l’imputazione di “terrorismo”  che priverebbe probabilmente  la Svezia del diritto di rifiutare l’estradizione in virtù della firma ad opera della stessa  dei trattati internazionali  contro il terrorismo.

Fulvio Sarzana

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Published by on dicembre 13th, 2010 Commenti disabilitati su Wikileaks: Assange verrà estradato in Svezia, e se si, quali sono i possibili esiti giudiziari dei prossimi giorni?Assange può ( o deve) essere estradato negli Stati Uniti ? I precedenti. il precedente di Danilo Restivo, presunto omicida di Elisa Claps.

Chi sei? INTERNET lo sa. Brevi appunti sulle informazioni personali inimmaginabili che è possibile trovare in rete.

 Alessandro Longo ha scritto un vivace articolo su L’Espresso di questa settimana, a pag. 142,   affrontando il tema delle indagini su internet per risalire all’identità di una persona.

Ha quindi deciso di intervistarmi sui casi pratici che mi sono capitati in questi anni, ed io  gli ho raccontato qualche ( non tutti, ovviamente 😉 ) piccolo segreto per “ritrovare” nomi, persone, siti ed altre informazioni  che sembravano non aver lasciato alcuna traccia.

Fra le altre cose ho anche accennato alla ricerca, durata più di un anno, di un soggetto che compiva reati ai danni di “ignari cittadini” che avevano cercato aiuto  e che si nascondeva in Svezia “fisicamente” e “virtualmente”  avendo però approntato un complicato sistema di mirroring in giro per l’Europa ( niente a che vedere con Assange ovviamente) per le quali le ordinarie ricerche compite dalle forze dell’ordine, non riuscivano a dare alcun esito, anche in virtù delle difficoltà di ipotizzare un rapido sistema di rogatorie.

E’  comunque bastato chiamare il tizio  al telefono su un numero che era tranquillamente presente in rete per riuscire a scoprire dove fosse ed il resto lo ha ( o avrebbe dovuto) fatto l’Autorità competente. 

a volte però questa facilità di informazioni può rivelarsi anche pericolosa.

Fino a pochissimo tempo fa l’indirizzo professionale  della madre di uno degli scrittori più ricercati dalle organizzazioni criminali per il suo impegno civile e più protetti per questo suo impegno era tranquillamente presente su Wikipedia in virtù della pubblicazione su internet dei dati relativi all’Albo professionale di appartenenza, informazioni che tutti potevano ovviamente consultare.

Si può ben immaginare a quale pericolo andasse incontro il soggetto in questione.

Ora il problema mi sembra sia stato risolto, ma attenzione a lasciare tracce di sè in giro, la Rete, a dispetto di coloro che credono realmente possa esistere un diritto all’oblio, non dimentica mai.

 

Fulvio Sarzana

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Published by on dicembre 10th, 2010 Commenti disabilitati su Chi sei? INTERNET lo sa. Brevi appunti sulle informazioni personali inimmaginabili che è possibile trovare in rete.

I Mirror dei siti Wikileaks e Pirate bay: diversi i presupposti, identico l’epilogo?

 

La vicenda Wikileaks e le  possibili conseguenze giudiziarie legate alla diffusione delle informazioni riservate  si arricchisce sempre più con il passare delle ore .

 Mi sembra che lo scenario  tratteggiato nei  post precedenti e che lasciava intravedere   una  situazione giudiziaria fluida  nei confronti di wikileaks riguardante la diffusione e la pubblicazione dei documenti riservati , e non la commissione di reati sessuali da parte del fondatore,  stia ricevendo autorevoli conferme.

 Sul Corriere  della Sera di oggi ad esempio Massimo Gaggi riferisce la circostanza secondo la quale  da un paio di giorni il New York Times non starebbe più pubblicando materiale ricevuto da wikileaks e che il portavoce del dipartimento di stato americano, senza citare per nome le testate abbia deciso di intraprendere le azioni giudiziali di furto e ricettazione anche nei confronti di chi pubblica i cable di Wikileaks.

 In un  precedente post evidenziavo  la possibilità che vi potesse essere anche in Italia una “deriva” autoritaria in grado di prevenire ipotesi simili a quelle di Wikileaks.

 Prefiguravo insomma una legislazione “restrittiva” in tema di diffusione di documenti riservati su internet già in itinere negli Stati Uniti  e alla possibilità che a qualcuno venisse  in mente anche in Italia  di predisporre ad esempio  un disegno di legge, al fine di evitare per il futuro la pubblicazione di files sfuggiti al controllo dei legittimi proprietari   e mi sembra che si esprima in tal  senso, anche se in forma ironica, Stefano Quintarelli http://blog.quintarelli.it/blog/2010/12/circa-wikileaks-ed-assange.html

 Il tema centrale del  mio post precedente   era rappresentato però dalla possibilità di perseguire  anche in Italia le ipotesi di mirroring di wikileaks, ovvero il rilancio ad opera di siti specchio ( anche italiani)  delle informazioni non più accessibili in rete a causa dei continui attacchi informatici e della privazione dei canali di sostentamento del sito,  sul presupposto che la diffusione delle informazioni potesse comunque configurare un qualche forma di reato,  e che questa circostanza potesse fornire da pretesto all’attivazione sul nostro territorio di procedimenti penali aventi ad oggetto la diffusione dei files di wikileaks.

 Sul tema alcuni ritengono che la generale disponibilità da parte dei responsabili di wikileaks che opererebbero fuori dalla giurisdizione italiana e senza avere alcun contatto con i siti mirroring, valga ad escludere qualsiasi responsabilità del sito “specchio” ponendo al riparo i titolari di questi ultimi da qualsiasi azione giudiziaria.

 Non credo che sia cosi.

 Basta analizzare ( in forma molto più modesta ovviamente) quello che è successo con la vicenda di the Pirate Bay, il sito di torrent che consentiva il reperimento in rete di files musicali o cinematografici, che come si ricorderà è stato oggetto di un Procedimento penale anche in Italia, pur essendo i server collocati ovviamente altrove,  per capire che la stessa identica situazione moltiplicata all’ennesima potenza si potrebbe  verificare anche in Italia con wikileaks .

 Basta leggere i provvedimenti dei giudici di Bergamo competenti per il caso Pirate bay, e le conferme ricevute dalla Corte di  Cassazione  per verificare quello che potrebbe accadere.

 Nel provvedimento relativo al caso Pirate Bay  del GIP di Bergamo del 1 agosto 2008 che disponeva il sequestro preventivo ex art 321 del codice di procedura penale  si legge (il GIP)  “  dispone  il sequestro preventivo del suddetto sito web disponendo che i fornitori di servizi internet (Internet Service Provider) e segnatamente i provider operanti sul territorio dello Stato italiano inibiscano agli rispettivi utenti – anche e mente degli art. 14 e 15 dal Decreto Legislativo n. 70 del 9.4.2003) – l’accesso:
– all’indirizzo www.thepiratebay.org;
ai relativi alias e nomi di dominio presenti e futuri, rinvianti al sito medesimo;
– all’indirizzo IP statico  xxxxxxxx, che al momento risulta associato ai predetti nomi di dominio. e ad ogni ulteriore indirizzo IP statico associato ai nomi stessi nell’attualità e in futuro.”

 Come è agevole verificare lo stesso provvedimento potrebbe essere preso in qualsiasi momento da un qualche organo giurisdizionale presente sul territorio della Repubblica  e dal momento che fra i mirror vi sono anche siti italiani o comunque accessibili da parte degli utenti italiani sarebbe anche ipotizzabile  l’ordine  ai provider di oscurare gli accessi visibili dall’Italia.

 Cosa che oggi in assenza di qualsivoglia criterio di collegamento italiano ( cioè i mirror)  con la vicenda Wikileaks sarebbe di fatto difficile da ipotizzare.

 Se poi tra questi Mirror ve ne fossero alcuni residenti con i server in Italia sarebbero superate anche le obiezioni sulla giurisdizione applicabile al caso di specie, che sarebbe senz’altro italiana, fornendo un utile spunto a coloro che desiderano effettivamente  applicare a Wikileaks la giurisdizione italiana.

 Ma anche se i server fossero all’estero  la Giurisdizione  italiana sarebbe _sempre grazie alla Corte di Cassazione del caso Pirate Bay- astrattamente ipotizzabile visto che “La Corte di Cassazione, al contrario, ritenendo i titolari del sito responsabili del reato in esame in “concorso”  con l’utente finale, ha applicato l’art. 6 c.p. al caso di specie. Ne discende che, poiché il reato – attraverso il download dell’utente – si perfeziona nel territorio italiano, a nulla rileva che l’attività di trasmissione dei dati attraverso la rete internet avvenga al di fuori dei confini nazionali, essendo sufficiente che una parte dell’azione penalmente rilevante sia avvenuta nel territorio dello Stato per considerare l’illecito come commesso in Italia.”

 E’ pur vero che la stessa Cassazione in un punto della sentenza Pirate Bay sembra escludere la responsabilità di coloro che agiscono in maniera del tutto “neutra” rispetto all’uploading e all’indicizzazione dei dati ma solo nell’ipotesi dichiarata “estrema” dalla stessa Cassazione dei Social Network e non sembra questo il caso dei Mirror.

Cosa faranno a questo punto  i provider italiani se dovessero ricevere un ordine simile a quello ricevuto nel caso di Pirate Bay?

Fulvio Sarzana

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Published by on dicembre 9th, 2010 Commenti disabilitati su I Mirror dei siti Wikileaks e Pirate bay: diversi i presupposti, identico l’epilogo?

Wikileaks e i siti italiani che rilanciano le informazioni scomparse mediante “mirroring”: esiste il pericolo che possano essere oggetto di sequestro in virtù dell’applicazione degli art 648, 616 o 618 del codice penale ?

L’arresto del leader di Wikileaks e l’oscuramento del sito principale della stessa organizzazione  ha dato il via ad una serie di azioni (e reazioni) a catena.

Tra le azioni annunciate nel nostro paese da varie organizzazioni   vi è quella del “rilancio” anche in Italia  delle informazioni su siti italiani delle notizie oscurate presso il portale principale.

Ma la vicenda dei mirror ( cosi si chiamano i siti che rilanciano notizie altrove non più disponibili)  per quanto sia importante per la libertà di espressione e per la diffusione delle informazioni altrimenti precluse, nasconde però un elemento estremamente  insidioso.

 

Come già  riferito,  allo stato attuale al di là delle accuse di stupro che avrebbero giustificato  l’emissione del provvedimento cautelare a carico del fondatore di Wikileaks  non vi sono, a quanto è dato di apprendere, in Italia indagini legate alla diffusione di dati riservati e ciò presumibilmente  per due ordini di motivi:

Il primo è che non vi è la diffusione di documenti segreti italiani in grado di giustificare un indagine per violazione dell’interesse nazionale.

Non vi sarebbe infatti  la diffusione di alcuna informazione proveniente dalle nostre ambasciate e rappresentanze consolari né la diffusione di informazioni relativa a paesi alleati sarebbe avvenuta a scopo di guerra, il che escluderebbe qualsiasi riconducibilità alle ipotesi di reato contro gli interessi dello Stato Italiano previsti dal codice penale

 

Ma il vero motivo per il quale non appare possibile perseguire alcun reato in Italia è rappresentato dall’assenza nel territorio italiano dei soggetti che si vorrebbero perseguire nonché dall’assenza sul territorio nazionale di qualsiasi condotta od evento in grado di giustificare l’intervento della magistratura italiana, vista l’assenza degli elementi soggettivi ed oggettivi del reato.

In pratica i soggetti che hanno agito non hanno niente a che vedere con l’Italia né le azioni sono avvenute neanche in minima parte nel territorio  italiano.

E’ questa a quanto sembra l’orientamento seguito anche dalla Procura di Roma, che stando alle notizie di stampa, avrebbe deciso di non intervenire ( fino ad ora) sulla vicenda.

 

Ma la pubblicizzazione di una “campagna” di disobbedienza civile e la sua realizzazione  basata sulla diffusione di informazioni anche attraverso siti e server italiani potrebbe però cambiare le carte in tavola.

La pubblicazione in Italia di documenti provenienti ( secondo le notizie di stampa)  da reato potrebbe infatti configurare anche in Italia l’esistenza di alcuni reati tra i quali sembrerebbe ipotizzabile  il delitto di ricettazione previsto dall’art 648 del codice penale che difficilmente potrebbe venire contestato ad un organo di stampa (  anche se in questi ultimi anni  è successo anche questo in almeno in tre casi,  il caso Sarkozy-fuori onda in Francia http://www.vip.it/video-fuorionda-sarkozy-giornalista-guai/, il caso dell’iphone 4 legato al portale Gizmodo http://www.melablog.it/post/11449/prototipo-di-iphone-4g-gizmodo-rischia-ben-piu-dellaccusa-di-ricettazione  e in Italia con la vicenda relativa alle intercettazioni delle telefonate del premier nel caso Ruby, poi pubblicate sugli organi di stampa, per il quale sarebbero stati indagati alcuni giornalisti)  ma che potrebbe senz’altro trovare spazio in un contesto privato di pubblicazione.

Così come potrebbe essere riscontrata la presenza di fattispecie riconducibili agli art 616 o 618  del codice penale che puniscono rispettivamente la violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza  nonché  la Rivelazione del contenuto di corrispondenza.

La presenza potenziale di reati compiuti ( anche ) in Italia in virtù del mirroring potrebbe spingere qualche procura ad indagare per appurare se effettivamente queste attività  possano essere ricondotte alla commissione di un reato anche sul territorio italiano

E ripeto in questo caso non si tratterebbe di organi di stampa, che godono di qualche forma di tutela, ma di  portali ospitati su  server  probabilmente presenti in Italia che potrebbero essere chiamati a rispondere di una diffusione ritenuta illecita, senza la rete di protezione della libertà di stampa.

Giustificando, ed è qui il timore più forte, eventuali misure repressive, non solo contingenti, come potrebbero essere quelle legate alle indagini penali per  ricettazione, o per  altro tipo di reato, che a questo punto potrebbero essere svolte anche in Italia, ma anche di lungo periodo  fornendo al contempo un “pretesto” per mettere sotto controllo la rete con norme “liberticide” in grado di prevenire fughe incontrollate di notizie.

Fulvio Sarzana

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Published by on dicembre 9th, 2010 Commenti disabilitati su Wikileaks e i siti italiani che rilanciano le informazioni scomparse mediante “mirroring”: esiste il pericolo che possano essere oggetto di sequestro in virtù dell’applicazione degli art 648, 616 o 618 del codice penale ?

Wikileaks e la diffusione di documenti riservati. Si deve escludere la giurisdizione del giudice italiano e l’esistenza di un diritto alla riservatezza tutelato dal Codice della Privacy.

Tra le reazioni suscitate dalla pubblicazione dei documenti wikileaks, ve ne sono state alcune, anche qualificate, che avrebbero voluto perseguibili le fughe di documenti anche in Italia.

E’ stata questa anche la reazione “a caldo” del Ministro degli Esteri Italiano, il quale sembra poi aver ridimensionato le proprie affermazioni.

L’affermazione  del Ministro degli Esteri, che è un fine giurista, in effetti  da un punto di vista strettamente giuridico non era facilmente  comprensibile.

La richiesta di far intervenire i giudici italiani non trova fondamento, come ha confermato del resto la Procura di Roma, che ha dichiarato a mezzo stampa che non trovava motivi per iniziare un’indagine penale.

Nel caso di wikileaks infatti non vi sono reati commessi da cittadini italiani all’estero, nè vi sono reati che ledono in maniera diretta il nostro Stato (  ameno che tali non si vogliano considerare le affermazioni alquanto irriguardose che sarebbero state pronunciate nei confronti dei nostri leader politici, ma in quel caso si dovrebbero giudicare gli autori dei commenti  il che sarebbe pressoché impossibile) .

I documenti infatti non sono stati sottratti da fonti diplomatiche italiane né riguardano documenti classificati o meno  italiani tali da giustificare il compimento di un reato perseguibile nel nostro Paese.

Stando a quanto riportato dagli organi di stampa i documenti proverrebbero in origine dalle ambasciate e dai consolati statunitensi e sono stati mandati a wikileaks o da una o più gole profonde ovvero da soggetti che potrebbero aver violato le banche dati informatiche statunitensi.

L’unico soggetto legittimato a perseguire eventuali illeciti sarebbe quindi solo il governo Statunitense, eventualmente anche utilizzando le proprie norme speciali interne che consentono di perseguire reati commessi anche da non cittadini ovunque nel mondo.

Il che significa che non trovano applicazione gli articoli 7,8 e 10 del nostro codice penale, rispettivamente denominati Reati commessi all’estero, Delitto politico commesso all’estero, delitto comune dello straniero commesso all’estero.

Né appare possibile applicare alla fattispecie di wikileaks le ipotesi previste dagli art 241 e seguenti  del codice penale che prevedono i reati contro la personalità dello Stato ed in special modo l’art 268 del codice penale, che parifica le condotte illecite di divulgazione di segreti di stati alleati ma solo a fine di guerra, e che proprio non sembra potersi applicare a wikileaks che si propone il fine opposto, essendo stata fondata e diretta da attivisti ( o presunti tali) per i diritti umani.

Né appare possibile, da un punto di vista strettamente giuridico,  invocare una qualche forma di diritto alla riservatezza tale da ipotizzare un possibile intervento del Garante Privacy, che ultimante si è occupato pressoché di tutti i casi importanti di cronaca, vista la circostanza che il codice  si applica, secondo quanto previsto dall’art 5 solo al trattamento di dati personali, anche detenuti all’estero, effettuato da chiunque e’ stabilito nel territorio dello Stato o in un luogo comunque soggetto alla sovranita’ dello Stato, e non appare questo il caso, mentre il secondo comma dello stesso articolo prevede che il codice si applica anche al trattamento di dati personali effettuato da chiunque e’ stabilito nel territorio di un Paese non appartenente all’Unione europea e impiega, per il trattamento, strumenti situati nel territorio dello Stato anche diversi da quelli elettronici, salvo che essi siano utilizzati solo ai fini di transito nel territorio dell’Unione europea.

 In quest’ultimo caso  peraltro il titolare del trattamento designa un proprio rappresentante stabilito nel territorio dello Stato ai fini dell’applicazione della disciplina sul trattamento dei dati personali.

Questa seconda ipotesi è stata applicata come si ricorderà al caso Di Google Street view ma non appare certamente applicabile al caso di Wikileaks che, a parte forse qualche mirror sconosciuto e segreto non appare certo trattare i dati personali in Italia.

 

Fulvio Sarzana

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Published by on novembre 30th, 2010 Commenti disabilitati su Wikileaks e la diffusione di documenti riservati. Si deve escludere la giurisdizione del giudice italiano e l’esistenza di un diritto alla riservatezza tutelato dal Codice della Privacy.

Da Wikileaks ai siti che pubblicano dati personali, quale tutela in rete?

C’è chi ha affermato che la tutela dei dati personali ( leggasi impropriamente “privacy”) in rete sia destinata a soccombere vista l’enorme mole di dati che i soggetti inseriscono nei propri profili nei cd social network.

Ma cosa accade se i nostri dati personali vengono inseriti in rete per scopi illeciti ( o per finalità non condividibili) e diventano improvvisamente a disposizione di tutta la collettività telematica?

E’ quanto è accaduto nei giorni scorsi in Svezia.

il sito sverigedemokrater.se, che aveva pubblicato l’elenco di migliaia di persone iscritte al partito di estrema destra dei Democratici di Svezia, con tanto di indirizzi telefonici, email, e mappe con gli indirizzi delle abitazioni è’ stato oscurato nei giorni scorsi.

Lo riferisce la stampa svedese.

“Il web deve essere libero, ma non può essere come il selvaggio West”, ha detto Anders Aleborg, responsabile del provider presso cui era stato registrato il dominio.

 Le pagine web del sito erano invece ospitate da un altro provider, Prq, lo stesso che gestisce alcuni server di Wikileaks.

Lo slogan del sito era “Find a buddy near you” (Trova un camerata vicino a te): si suppone che le informazioni pubblicate siano state carpite dal sito ufficiale dei Democratici, hackerato numerose volte negli ultimi mesi.

La vicenda richiama alla mente quanto accaduto il 16 Gennaio del 2008 in Italia laddove  su un blog ospitato dalla piattaforma Il Cannocchiale era apparsa una  “black-list” di 162 professori ebrei accusati di essere una lobby all’interno dell’Università “La Sapienza”.

Il Blog, come si ricorderà era stato prontamente oscurato, così come avvenuto in Svezia, dando luogo a condivisibili manifestazioni di sdegno e di condanna.

Al di là delle ovvie considerazioni di censura dei comportamenti illeciti di chi per vendetta, o per motivi razziali o per altri motivi illeciti mette in rete i dati personali di un individuo sarebbe utile avviare un dibattito sulla tutela dei dati personali e sugli strumenti utili a realizzare questa tutela.

Il tema dei dati personali in rete e della loro tutela sembra dunque riemergere prepotentemente proprio quando la diffusione dei social network e l’interesse della collettività a conoscere “tutti” i profili della personalità umana anche i più intimi e segreti pareva avere la meglio sulle considerazioni ovvie di tutela del singolo.

Fulvio Sarzana

www.fulviosarzana.it
Studio Legale Roma Sarzana & Associati
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Published by on settembre 27th, 2010 Commenti disabilitati su Da Wikileaks ai siti che pubblicano dati personali, quale tutela in rete?