Aspetti giuridici delle Frequenze radio nel settore televisivo, nelle telecomunicazioni, in internet

Ri-pubblico qui l’estratto dei quaderni dell’internet Italiano, come contributo ai lavori dell’Internet governance forum, che affronta il tema della corretta allocazione delle frequenze e dello spettro radio.

Il digital divide e le telecomunicazioni:

potenziali soluzioni tecnico regolamentari

“Attribuzione-non commerciale -condividi allo stesso modo 2.5 Italia http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/deed.it

Fulvio Sarzana di Sant’ Ippolito

DIGITAL DIVIDE – DEFINIZIONE

La creazione e la diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione ha accelerato lo sviluppo e la crescita di alcune nazioni a scapito di altre. In questo contesto qualcuno ha segnalato l’esistenza di un paradosso che vede da un lato la presenza di nazioni “deboli” e dall’altro di nazioni “forti”: l’une costrette ad affrontare il problema dell’accesso alle informazioni, le altre all’eccesso.

Al fine di evidenziare questo paradosso è stato utilizzato il termine digital divide (divario digitale) identificando nella separazione tra nazioni forti e deboli un motivo di sperequazione. Quindi la capacità di utilizzare le tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni diventa una nuova forma di alfabetismo “digitale”.

Vi sono stati numerosi dibattiti riguardo al digital divide; fra i più celebri: la dichiarazione “Millennium” dell’ONU, il G8 di Okinawa, la “carta di Bologna”. La dichiarazione del Millennio (2000): il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan introdusse una sezione denominata “Costruire ponti digitali”: in essa si osservava l’esistenza di cambiamenti di capitale importanza che si stavano verificando nelle industrie delle comunicazioni e dell’informazione, e che avevano iniziato a trasformare la vita economica e sociale. Kofi Annan definì questi cambiamenti la rivoluzione digitale.

La carta di Okinawa (2000): al termine del summit nacque la carta, documento sulla società globale rivolto a studiare e descrivere l’impatto dell’informazione sulla società civile. La carta è suddivisa in cinque sezioni:

  • cogliere le opportunità digitali;
  • superare il dislivello digitale;
  • promuovere la partecipazione globale;
  • andare avanti;
  • le priorità.

Con la carta si riconosce anche il fatto che le politiche per l’avanzamento della Società dell’Informazione devono essere sostenute dallo sviluppo delle risorse umane in grado di rispondere alle domande dell’era dell’informazione. Si rinnova l’impegno a fornire a tutti i cittadini un’opportunità di coltivare l’alfabetizzazione e le attitudini all’Information Technology attraverso la cultura, la formazione permanente e l’esperienza.

Si deve continuare a lavorare verso questo ambizioso fine mettendo online scuole, classi e biblioteche ed insegnanti esperti in IT e in risorse multimediali. Durante il vertice è stata creata la DOT Force (Digital Opportunity Task), formata da 42 gruppi di rappresentanti di governi, del settore privato, di organizzazioni non-profit e di organizzazioni internazionali, che si sono uniti in uno sforzo comune volto ad individuare gli interventi necessari per far sì che la rivoluzione digitale possa generare benefici per tutti i cittadini del pianeta, soprattutto per i più poveri ed emarginati.

La carta di Bologna: le città intervenute si sono poste due obiettivi: il primo riguarda la possibilità di rafforzare e moltiplicare i risultati della politica e dell’azione nazionale ed internazionale; il secondo concerne la possibilità di contribuire alla realizzazione di competenze locali e a trasformare tutti i settori dell’economia locale. Al fine di mobilitare i soggetti attivi nel campo dell’istruzione e della formazione nonché i protagonisti in ambito sociale, industriale ed economico, il 24/5/2000 la Commissione Europea adottò un’iniziativa denominata e-learning, pensare all’istruzione di domani, attraverso i piani d’azione e-Europe 2002 e 2005 che fanno dell’e-learning una priorità assoluta e fissano obiettivi ambiziosi per l’infrastruttura, l’attrezzatura e la formazione di base che tale integrazione presuppone.

“Digital divide”, è il termine tecnico utilizzato per le disuguaglianze nell’accesso e nell’utilizzo delle tecnologie della cosiddetta “Società dell’Informazione” [1].

Divario, disparità, disuguaglianza digitale significano in sostanza la difficoltà da parte di alcune categorie sociali o di interi paesi di usufruire di tecnologie che utilizzano una codifica dei dati di tipo digitale rispetto ad un altro tipo di codifica precedente, quella analogica.

Si distinguono tradizionalmente le problematiche del divario globale da quelle relative alle disuguaglianze in ambito interno. Al fine di attenuare le conseguenze della diseguale distribuzione delle risorse informatiche e conseguente divario digitale, si rendono necessarie alcune politiche di riequilibrio.

DIGITAL DIVIDE E TELECOMUNICAZIONI

I principali punti per descrivere il digital divide sono, ai fini che interessano la presente ricerca sull’aspetto relativo alle telecomunicazioni:

  • carenza delle infrastrutture per le telecomunicazioni ;
  • costi elevati di utilizzo delle linee telefoniche [2];
  • scarsa presenza di computer e attività di alfabetizzazione relative al loro utilizzo;
  • diffusione geografica delle connessioni, concentrata nelle grandi città o esclusivamente nelle capitali, mentre è totalmente assente nelle zone rurali, nelle quali vive una rilevante parte della popolazione.

Quest’ultima condizione è presente anche in paesi ritenuti fortemente industrializzati, quali ad esempio l’Italia. In generale quindi la totale inadeguatezza o l’inesistenza di mezzi di telecomunicazione sufficienti appaiono in grado di generare un circolo vizioso che genera scarsezza di “ritorni” economici certi e dunque danni ai consumatori ed alla loro possibilità di avere accesso, in condizioni paritarie, alle tecnologie dell’informazione.

DIGITAL DIVIDE E SPETTRO RADIO

Fra le soluzioni ipotizzate per risolvere il digital divide nel contesto interno, la più praticabile in termini relativamente brevi è quella di utilizzare le frequenze radio. L’utilizzo delle frequenze, eventualmente utilizzando architetture di rete che consentano una rete basata su ponti radio, appare senz’altro un ottimo strumento per raggiungere zone disagiate (ad esempio comunità montane) che altrimenti resterebbero tagliate fuori dal resto del territorio a causa dei meccanismi di business degli operatori di telecomunicazioni.

Fra le proposte concrete per eliminare il digital divide si segnalano le iniziative di “spettro” libero che sarebbero in grado di creare le condizioni per un’accelerata alfabetizzazione digitale, rendendo disponibili alla collettività frequenze radio liberamente sfruttabili per comunicare, anziché attribuire con strumenti di gara le stesse frequenze ad uno o più operatori economici in grado di sfruttarle. Una prima “liberalizzazione” delle frequenze sembra essere stata utilizzata con le reti c.d. wi-fi, che però scontano la scarsa potenza degli apparati e dunque l’impossibilità di realizzare reti complesse in grado di servire comunità più o meno ampie di cittadini [3].

Sulla falsariga dell’utilizzo delle frequenze libere e condivise tipiche del wi-fi e di esperienze estere di connettività, fornita direttamente dagli organi istituzionali (come quelle della città di San Francisco o Saint Louis negli Stati Uniti e Amsterdam in Olanda), si è sviluppato un dibattito sull’utilizzo libero delle frequenze relative al Wi Max , al fine di favorire gli utenti e di concedere loro il diritto di poter utilizzare liberamente frequenze ed apparati [4].

Fra i fautori di un utilizzo libero delle frequenze (con particolare riferimento alle emanande licenze relative al Wi Max), vi è il Capitolo Italiano di Internet Society (ISOC) che si è fatto capofila delle iniziative “libertarie” sorte negli scorsi mesi in Italia [5].

Il punto nodale dell’intera vicenda è stato quello relativo ad un uso delle frequenze compatibile con i principi di libera circolazione del sapere, propria dell’open source, e i principi di limitazione proprietaria delle frequenze tipica di alcuni istituti precedenti.

Va detto in verità che, al di là di alcune affermazioni di principio di soggetti anche autorevoli (ad esempio l’Ex Presidente della Federal Commission), quasi tutti i Paesi di fronte al dilemma di rendere libere le frequenze o ricavarne comunque un introito hanno scelto la seconda soluzione, in considerazione anche del fatto che spesso le frequenze utilizzate per scopi civili provengono dalle dotazioni frequenziali dei militari e questi ultimi in genere chiedono una contropartita per il rilascio delle frequenze.

La possibilità tuttavia di lasciare alla libera disponibilità degli utenti le frequenze (o parte di esse) potrebbe effettivamente essere esplorata in quelle zone non attraenti dal punto di vista commerciale, ovvero le zone particolarmente non appetibili e affette dal digital divide.

Per analizzare le ragioni dei fautori del libero spettro bisogna comprendere i motivi che questi ultimi ritengono fondamentali: il presupposto da cui sostanzialmente partono i fautori del libero spettro è che quest’ultimo non possa qualificarsi come risorsa scarsa. In base a questa teoria, una regolamentazione dello spettro in termini proprietari contrasterebbe con l’utilità sociale [6].

Inoltre un utilizzo in termini di capacità trasmissiva efficiente da parte degli utenti, anziché una allocazione a seguito di selezione pubblica costituirebbe il presupposto di un uso condiviso ed efficiente delle frequenze. Il presupposto alla base di questa teoria è che la limitatezza dello spetto, e quindi l’esigenza di ripartirlo nel contesto digitale, sia in verità un paravento in grado di perpetuare (o creare) condizioni di sfruttamento da parte di alcuni soggetti.

Ma è proprio così? Per comprendere se un originario sistema libero sia effettivamente in grado di creare le condizioni per un uso condiviso, occorrerebbe forse soffermarsi sulla storia recente delle radiofrequenze per comprendere quello che potrebbe accadere anche al Wi Max.

Prendiamo ad esempio ciò che è accaduto in Italia con la deregolamentazione delle frequenze nel settore radiotelevisivo che ha avuto origine negli anni ’70 con la sentenza RAI; a questa sentenza ha fatto seguito un periodo di grande confusione, a cui diversi provvedimenti hanno tentato di dare una soluzione, fra i quali la sentenza della Corte Cost. n. 102/1990 che ha stabilito che l’esercizio di impianti radiotelevisivi comporta l’utilizzazione di un bene comune – l’etere – naturalmente limitato, rendendo così necessario un provvedimento di assegnazione della banda di frequenza. In sostanza, nel mondo radiotelevisivo, la libertà conseguente alla deregolamentazione e all’apertura delle frequenze ha generato un vero e proprio “far west” all’interno del quale, e sino a tempi recenti, si è affermata la pratica dell’occupazione” delle frequenze, delle interferenze, dei “ricatti” delle più forti nei confronti delle più deboli, attuati ad esempio con l’aumento della potenza degli apparati a danno delle radio più piccole.

Questo stato di cose è divenuto per un certo periodo la prassi, ed anche oggi che vige una regolamentazione più stringente, i rapporti tra i titolari delle frequenze, fra emittenti nazionali e locali è spesso regolato da accordi più o meno informali.

Accordi che sono egemonizzati dai più forti, a danno dei più deboli, che sono sempre esposti alle “ritorsioni” o alle occupazioni di chi illecitamente aumenta la potenza degli apparati, oscurando i rispettivi legittimi ambiti di trasmissione. Fra gli altri risultati di una liberalizzazione senza controllo, conseguente all’entusiasmo per la agognata liberalizzazione delle frequenze, vi è stata la creazione di gruppi di potere molto concentrati tale da creare un abisso tra i gruppi editoriali che sono espressione di holding dell’informazione e le radio che una volta si sarebbero chiamate “libere” che difficilmente riescono a sostenere gli oneri economici delle trasmissioni.

Ulteriore corollario di questo stato di cose è l’ipervalutazione in termini economici delle frequenze, una volta “libere”. Anche nel mondo televisivo l’iniziale “latitanza” del diritto, conseguente alla già citata liberalizzazione, ha portato al giorno d’oggi a situazioni difficili da definire in termini giuridici ed alla creazione di un mercato fortemente concentrato.

Esemplare in tal senso è il c.d. principio dell’assentimento, contenuto nella c.d. legge Gasparri, ovvero il principio in base al quale, in presenza di una situazione di duopolio televisivo, il legislatore si è limitato a registrare la realtà consolidata nel tempo. Il principio dell’assentimento non è altro che l’affermazione del principio res sic stantibus ovvero stando così le cose lo Stato registra, come fosse un notaio, la situazione attuale dandole veste giuridica. Chi ha avuto la forza economica e giuridica per emergere dal far west iniziale si tiene le frequenze e ha anche la capacità di scacciarne altri, perpetuando in tal modo una situazione di concentrazione anticoncorrenziale, come ha ben chiarito l’AGCOM al termine dell’analisi di mercato sul mercato radiotelevisivo.

Orbene, la storia delle frequenze nel settore radiotelevisivo associata all’osservazione della realtà conseguente alla “liberazione delle frequenze wi fi”, potrebbero assomigliare a quello che diverrebbe il fenomeno “Wi Max” qualora fosse accolta la tesi, senz’altro affascinante dell’open spectrum, anche se il principio di base da cui partire, ovvero l’eliminazione del digital divide, è senz’altro condivisibile. In proposito, basta osservare la realtà italiana di questi ultimi due anni. Chi conosce veramente la materia sa cosa può accadere se più persone contemporaneamente decidono di creare più reti operanti sulla stessa frequenza non licenziata.

Se tra queste reti ve ne è una ad esempio di un ente pubblico o di una grande realtà operativa nel settore delle telecomunicazioni, difficilmente qualcun altro nelle vicinanze riuscirà a ricevere o a trasmettere, così come un soggetto con una stazione base collocata in cima ad una montagna riuscirà ad impedire facilmente la trasmissione di una stazione base di un concorrente che ne ha un’altra in un’area metropolitana in fondo alla valle . I fautori dell’open spectrum ritengono che il libero uso sia in grado di premiare chi è in grado di sfruttare la capacità trasmissiva, sia esso un semplice cittadino oppure un impresa, determinando in tale modo la massimizzazione dell’utilità del sociale che si porrebbe in funzione preminente rispetto al profitto. Il risultato si otterrebbe concedendo a “chiunque” il beneficio dell’utilizzo dello spettro.

È facile osservare che, tra i “chiunque”, ci possa essere senz’altro chi avrà la forza economica-giuridica e fattuale per escluderne altri, attuando comportamenti opportunistici a danno della collettività e a fini (opportunamente mascherati”) di massimizzazione del profitto. Non è dunque la scarsità di frequenze a determinare il conflitto ma la posizione di potere, in assenza di regole certe preventive, di chi è in grado di influenzare gli andamenti della tecnologia. Questo processo, che ha accompagnato la crescita delle telecomunicazioni in Italia e che ha determinato fra le altre conseguenze la nascita di zone digital-divise nel nostro Paese, è sostenuto da diversi fattori trainanti tra i quali senz’altro vi sono quelle che vengono chiamate l’asimmetria informativa e di posizione.

Si parla di una situazione di informazione asimmetrica quando una delle parti, in una relazione economica, dispone di maggiori informazioni rispetto alla controparte sulle proprie caratteristiche o sulle azioni intraprese o sull’ambiente esterno, elementi che incidono sui risultati della relazione e quindi sul benessere dei partecipanti.

L’asimmetria informativa nel settore del Wi Max avrebbe due principali fattori, uno senz’altro qualificabile come positivo, l’altro invece negativo, che potrebbero essere colmati dallo Stato:

  • 1. il primo riguarderebbe lo Stato il quale, non avendo informazioni certe sul mercato delle frequenze, potrà disporre di un processo di selezione del contraente privato che gli consenta di comprendere il valore delle frequenze;
  • 2. il secondo riguarderebbe i soggetti economici non in grado di essere competitivi per via delle economie di scala dei grandi gruppi economici.

Quest’ultima situazione di debolezza, qualora lo spettro sia liberamente a disposizione di chi abbia la capacità di sfruttarlo, potrebbe essere perpetuata in seguito da una regolamentazione che certifichi gli equilibri esistenti, analogamente a ciò che è avvenuto nel mondo della radiotelevisione. In sostanza potrebbe accadere che nel prossimo futuro venga emessa una norma che si limiti a “fotografare” la realtà esistente ed a legittimare la posizione dei soggetti che, per forza economica o per altri fattori, sono emersi come protagonisti del settore Wi Max, occupando le frequenze .

Ed è per questo motivo che uno spettro totalmente libero, fonte di potenziali conflitti, al di là dei potenziali miglioramenti che il contesto digitale può realizzare, non possa essere praticabile in determinati contesti, dovendo necessariamente lo stato assumere un ruolo di regolatore dei meccanismi economici alla base della convivenza civile.

Ed è ancora per questo motivo che lo Stato ha l’obbligo di intervenire per tutelare le posizioni dei soggetti più deboli, siano essi i semplici cittadini o le imprese in posizione subalterna rispetto a coloro che detengono il potere, predisponendo ad esempio una normativa contenente misure asimmetriche a carico delle imprese in posizione dominante, quali ad esempio l’ingresso ritardato di alcuni operatori nel mercato o l’obbligo di copertura di determinate zone svantaggiate.

Peraltro l’intervento dello Stato, espressamente previsto nella ricostruzione teorica di Pareto, diviene necessario allorquando, nella realtà dei mercati, prevalgono situazioni di concorrenza imperfetta o monopolistica o di oligopolio. Tutte situazioni attualmente presenti nel settore delle comunicazioni in Italia. In tutte queste situazioni effettive di mercato, viene violata la condizione di uguaglianza fra prezzo e costo marginale che realizza l’equilibrio delle imprese in concorrenza perfetta e che, per il 1° teorema dell’economia del benessere, quando siano soddisfatte le altre condizioni richieste dal teorema stesso, assicura l’ottimo paretiano.

Alcuni autori (in contesti del tutto differenti peraltro) hanno effettivamente ritenuto che la norma dovesse seguire e non precedere né orientare in alcun modo la tecnologia; ciò è senz’altro vero in diversi ambiti ma non in quelli delle radiofrequenze, come dimostra la storia del settore radiotelevisivo, per i rischi in termini di chiusura del mercato e di pericoli ai diritti costituzionali dei cittadini. La presenza dello Stato come regolatore dei processi di diffusione delle tecnologie dell’informazione si colloca, come è noto, all’estremo della teoria dello sfruttamento libero delle risorse, in quanto prevede un ruolo proattivo della Comunità nazionale, al fine di prevenire o evitare la nascita di zone digital divise.

Fra le ipotesi che si sono affacciate ve ne sono alcune che privilegiano l’intervento “mediato” dello Stato nello sviluppo delle reti di telecomunicazioni in Italia, attraverso la creazione di società a partecipazione pubblica in grado di investire nelle zone digital-divise. Questa impostazione deriva direttamente dalla constatazione che la libera concorrenza, in alcune zone depresse dal punto di vista commerciale, non porta ai benefici attesi, al punto di acutizzare, anziché diminuire, le conseguenze del digital divide.

Tuttavia il massiccio ricorso agli strumenti pubblico-privati sarebbe idoneo, in alcuni casi, a creare delle distorsioni notevoli della concorrenza privando le realtà commerciali medio-piccole della possibilità di creare innovazione nelle zone colpite anche da problemi endemici quali la disoccupazione, sottraendo anche al controllo dello Stato, come è avvenuto nel caso dei c.d. affidamenti in house, al controllo dello Stato e degli organi di controllo giurisdizionale, l’assegnazione di fondi pubblici [7].

DIGITAL DIVIDE E BANDA LARGA: IL SERVIZIO UNIVERSALE PERVASIVO

Secondo alcune correnti di pensiero [8] il superamento del digital divide interno deve essere una questione affidata all’intervento pubblico perché solo questo potrebbe contribuire a ridurlo nel breve-medio termine, creando delle infrastrutture di connettività per portare la banda larga, ma non solo [9].

Secondo altri Autori invece esiste una criticità nell’ipotizzare un possibile intervento pubblico volto ad equilibrare i meccanismi del mercato; infatti la diffusione di massa delle tecnologie informatiche dovrebbe essere conseguita gradualmente, grazie alla riduzione dei prezzi dovuta alla liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni, e dovrebbe compiersi coinvolgendo quote sempre maggiori di popolazione [10].

Inoltre coloro che guardano con “sospetto” all’intervento statale per l’eliminazione del digital divide temono che tale intervento possa stimolare la propensione mostrata dai governi a controllare e regolamentare quello che circola sulla rete, oltre a gravare il bilancio dello Stato di oneri economici non indifferenti per dotare delle necessarie infrastrutture tutte le aree che ancora ne sono prive [11].

La prima impostazione viene seguita da alcuni Paesi che sembrano aver individuato nell’obbligo di fornitura dei collegamenti a banda larga, secondo i modelli tipici del c.d. Servizio Universale, le condizioni per uno sviluppo delle reti di telecomunicazioni in modalità egualitaria e tale da consentire a tutti i cittadini di poter avere accesso in condizioni paritarie alle tecnologie dell’informazione [12].

Il Servizio Universale comprende un’offerta di base di servizi di telecomunicazione che devono essere offerti su scala nazionale a tutte le categorie della popolazione, con un buon livello di qualità a prezzi convenienti. Questi servizi di base sono ad esempio il servizio telefonico pubblico, il servizio di trasmissione dati, l’accesso ai servizi d’emergenza, un numero sufficiente di cabine telefoniche pubbliche o servizi speciali per audiolesi e ipovedenti. Con il Servizio Universale, il legislatore vuole evitare che regioni periferiche o gruppi di persone siano svantaggiati.

Peraltro il nostro legislatore, pur menzionando l’accesso ad Internet negli articoli del Codice delle Comunicazioni Elettroniche relativi al servizio universale, non ne prevede l’inclusione obbligatoria. In base all’articolo 54 dello stesso Codice, “qualsiasi richiesta ragionevole di connessione in postazione fissa alla rete telefonica pubblica e di accesso da parte degli utenti finali ai servizi telefonici accessibili al pubblico in postazione fissa è soddisfatta quanto meno da un operatore. La connessione consente agli utenti finali di effettuare e ricevere chiamate telefoniche locali, nazionali ed internazionali, facsimile e trasmissione di dati, e deve essere tale da consentire un efficace accesso ad Internet.”

La norma, come è agevole rilevare, non prevede a carico degli operatori obbligati alla fornitura del Servizio Universale, l’obbligo di ricomprendere, al proprio interno, anche i collegamenti a banda larga, e tale esclusione determina ovviamente che, su base volontaristica, nessun operatore fornisca a prezzi calmierati e controllati l’accesso ad Internet in zone non appetibili commercialmente.

Va detto che la concezione secondo la quale Internet rientrerebbe tra gli obblighi facenti parte del c.d. Servizio Universale sembra essere esclusa, in linea di principio anche dalle Istituzioni Comunitarie.

La Commissione Europea, per ammissione del Commissario Viviane Reding, ha preso una posizione estremamente netta nel 2006 escludendo che le connessioni bradband e le comunicazioni mobili potessero entrare a far parte della famiglia dei Servizi Universali, tranne che nei casi nei quali vi siano particolari problemi strutturali, quali l’isolamento geografico che consentano l’impiego di investimenti pubblici per ridurre il divario digitale.

Una soluzione diversa da quanto invece realizzato in Svizzera, laddove la Commissione federale delle comunicazioni, alla fine di giugno del 2007, ha designato l’operatore Swisscom quale “concessionario del Servizio Universale” a partire dal 2008. Secondo la Commissione federale delle comunicazioni, per i prossimi dieci anni la compagnia “sarà dunque tenuta a fornire le prestazioni del Servizio Universale in materia di telecomunicazioni all’insieme della popolazione e in tutte le regioni del Paese.

La nuova concessione obbliga Swisscom a offrire, oltre al collegamento analogico e digitale, anche una connessione Internet a banda larga”. “Il Servizio Universale in Svizzera – spiega la stessa Commissione – include ora anche la messa a disposizione di un collegamento a Internet a banda larga con una velocità di trasmissione pari a 600/100 kbit/s; si tratta di una prima mondiale” [13].

Ai tipi di collegamento telefonico attualmente contemplati nel Servizio Universale, ne verrà quindi aggiunto uno nuovo che permette una connessione a Internet ad alta velocità.

Va detto che anche in Italia (sino ad oggi peraltro senza particolare attenzione da parte delle Istituzioni) sono ormai molti anni che utenti e consumatori (ma anche Associazioni di imprese, che sperano in tal modo di abbattere la posizione oligopolistica di fatto degli operatori dominanti) si battono affinché la fornitura di ADSL, o comunque di connettività broadband, sia considerata un Servizio Universale.

NOTE

[1] Il termine digital divide viene utilizzato per la prima volta nel 1995, quando la National Telecommunications and Information Administration (NTIA) , organo consultivo degli Stati Uniti sulle politiche nel settore delle telecomunicazioni, pubblica la relazione “A Survey of the “Have nots” in Rural and Urban America”, la prima di una serie intitolata “Falling Trought the Net”. www.ntia.doc.gov

[2] L’importanza delle reti di telecomunicazione come prerequisito delle condizioni di sviluppo delle reti digitali è colta felicemente da Ferri, “La rivoluzione digitale”, Milano, 1999. In tema anche Norris, “Digital divide, civic engagement, information poverty and the internet worldwide”, Cambridge, 2001, Cambridge university press; Buongiovanni, Marzano, Tesi, Zocchi, “Digital divide”, Franco Angeli 2003; Carbone e Guandalini “Vendo capre su Internet: e-economy e digital divide: breve itinerario lungo le nuove frontiere dell’on-line”, Milano, Etas 2002; Carlini, “Divergenze digitali. Conflitti, soggetti e tecnologie della terza Internet”, 2002 Roma, Manifestolibri.

[3] In generale sulle reti wireless: Gast, ”802.11 “Wireless Networks: The Definitive Guide”, Linux Journal, Maggio 2002; ”The answer to the WLAN vs 3G argument”, Wireless World Forum, Febbraio 2002; Corrias, ”wi-fi, l’unione fa la rete”, Interpuntonet no.81, Luglio/Agosto 2002, pp. 8-14; Di Lullo, ”wi-fi-nuova frontiera wireless” (Disponibile al sito: http://www.geocities.com/SiliconValley/Garage/1748/wifi /); Trani, “Le comunicazioni Wireless: analisi del segmento di mercato”, 2002. (Disponibile all’indirizzo: http://www.rdn.it/it/wireless/wirele.htm)

[4] 4 Si vedano le interessanti osservazioni di Manfredini, “San Francisco, e Roma china il capo”, in Punto Informatico del 25 ottobre 2004. Peraltro, nel gennaio 2007, le Società Google ed Earthlink si sono aggiudicate la gara per realizzare una rete wi-fi nella città californiana. Secondo le specifiche fornite dalle due Società, il servizio sarà fruibile entro il 2008 nell’intero territorio della città. Google, che ha già realizzato una rete wi-fi nella «sua» Mountain View, offrirà una connessione gratuita, e pubblicizzata, alla velocità di 300 kb al secondo. Chi vorrà «viaggiare» più velocemente, e senza pubblicità, potrà abbonarsi invece al servizio di Earthlink, offerto a 21,95 dollari al mese. Prezzi inferiori per coloro che hanno bassi redditi, proprio con l’obiettivo – sostiene l’amministrazione locale – di garantire davvero Internet per tutti.

[5] Posizione di ISOC Italia in merito all’introduzione della tecnologia Wi Max in Italia 5 Marzo 2007

[6] Questa impostazione è stata prescelta in Italia da diversi Autori, primo fra tutti Favara Pedarsi , “Wi Max l’Italia lo sta depotenziando”, in Punto Informatico del 19 febbraio 2007.

[7] Bertini, “Fattori di successo e condizioni di sviluppo delle piccole e medie imprese”, Giappichelli,Torino 1995; Brugnoli, “La nuova impresa innovativa”, Giappichelli,Torino 2003.

[8] In generale, sul Servizio Universale: Castelli, “Il Servizio Universale nelle telecomunicazioni”, Milano, Franco Angeli Editore, 1997; Ravazzi, Valletti, “Le telecomunicazioni in Gran Bretagna”, Politica Economica, vol. 15, n. 3, 1999; Radicati Di Brozolo, “Il diritto comunitario delle telecomunicazioni”, Torino, Giappichelli, 1999; Venturini, “Servizi di telecomunicazione e concorrenza nel diritto internazionale e comunitario”, Torino, Giappichelli, 1999; Cremer, Gasmi, Grimaud e Laffont, “The Economics of Universal Service: Theory”, The Economic Development Institute of the World Bank, 1998; Cremer, Gasmi, Grimaud e Laffont, “The Economics of Universal Service: Practice”, The Economic Development Institute of the World Bank, 1998; Gasmi, Laffont, Sharkey, “Competition Policy and Universal Service”, Settembre 1998; Weller, “Auctions for Universal Service Obligations”, Presented at the twelfth biennal conference of the ITS, Stoccolma, Giugno 1998; Prieger, “Universal Service and the Telecommunications” Act of 1996 – The fact after the act, Telecommunications Policy, Vol. 22, No. 1, pp. 57-71, 1998; Michael Noll, “The costs of competition – FCC Telecommunication Orders of 1997, Telecommunications Policy”, Vol. 22, No. 1, pp. 47-56, 1998

[9] Buongiovanni, Marzano, Tesi, Zocchi “digital divide” già citato.

[10] Peraltro la possibilità di includere l’accesso ad Internet tra gli obblighi relativi al Servizio Universale è stata oggetto di controverse prese di posizione anche da parte delle Istituzioni Statunitensi : nel 1996, nell’ambito del procedimento di consultazione che ha portato all’emissione del c.d. Universal Service Order, la FCC ha ritenuto che quanto all’accesso ad Internet, questo non dovesse rientrare nei servizi garantiti nell’ambito della fornitura del Servizio Universale trattandosi di un servizio di informazione e non di telecomunicazione.

[11] Carlini, “Internet, pinocchio e il gendarme. Le prospettive della democrazia in rete”, 1996, Roma, Manifestolibri, pp. 128-130.

[12] Peraltro l’idea non è nuova in Italia già nel 1997 Manlio Cammarata , nella rivista Interlex parlava di Internet e Servizio Universale: Cammarata, “Internet come Servizio Universale: una battaglia da vincere”, 09.12.97 http://www.interlex.it/tlc/mcservun.htm

[13] Si veda il commento di Bonacina, “Svizzera, là dove l’ADSL è un diritto di tutti”, in Punto Informatico del 25 giugno 2007.

Fulvio Sarzana

www.fulviosarzana.it
Studio Legale Roma Sarzana & Associati
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